“Los ojos del mar…”

di Pedro Juan Aversa (@aversa.pedro) ; foto: @rossofloyd

In fondo forse non l’ho mai dimenticata. Come potrei. I miei incubi me la ricordano continuamente. Il rumore struggente del vetro che si spacca, l’acqua fredda e viscida che inonda l’abitacolo. La sua fronte tagliata, con il sangue nero che ricopriva i suoi occhi morti. Quelle meravigliose pupille azzurre, spente e grigie.

Sono passati otto anni da quel giorno, ma il dolore non si è mai attutito. Otto anni di psicologi che mi hanno ribadito che non è stata colpa mia, otto anni di amici che mi hanno consolato, otto anni di parole vuote: “è colpa di quell’ubriacone del cazzo, tu non potevi farci niente” sentito e risentito da infinite voci diverse, per otto anni.

Ma perché, perché nonostante tutto mi sento ancora in colpa?

 Tutto questo non mi ha minimamente aiutato. A stare meglio intendo. E oggi, oggi più che mai mi sento solo.

 Festeggiare il mio trentesimo compleanno, tra visi buonisti, amici per compassione e alcol. Senza di lei. Nella nostra Jesolo. Rido e scherzo con loro indossando la mia miglior maschera. Indossando il mio miglior sorriso.; mentre bevo. Parto offrendo caraffe di spritz, poi di Mojito e Cuba Libre…infine Gin Tonic. Passano le ore. I miei amici, prima felici e spensierati, cominciano a preoccuparsi per me. Oggi non so il perché, ma sento il bisogno di raggiungerla. Di ricongiungermi a lei. Vedo l’oblio in lontananza e comincio a deprimermi smascellando e dicendo parole senza senso.

Sento solo rumori ovattati, provenienti da un altro universo.



«Questo coglione è quasi in coma etilico!» Questo dev’essere Nicola

 «Dai, aiutami a prenderlo e portiamolo sul lungomare a prendere un po' d’aria...» 

Questo invece sembra Dario.

 Mi sento galleggiare nel nulla, pizzicato da una fresca aria marina… poi, a un certo punto, sento in lontananza il rumore del lento ondeggiare delle onde. Attraverso i lettini fino a posarmi dolcemente sul primo di fronte al mare.

Siamo solo io e l’infinita acqua di Dio. Il vento con frammenti di sale mi rinfresca l’anima, dandomi quel lieve contatto terreno che può sentire solo una vita perduta come la mia. La luna mi accompagna in questo mio autodistruggermi, mormorando parole di conforto. Forse ci sono anche delle stelle con lei, ma la vista è offuscata e non ne sono sicuro. Decido, alla fine che sì, anche quelle ci sono. La stella polare, la via lattea nascosta dal cielo del nostro emisfero, l’occhio di un alieno che mi guarda e ride delle mie condizioni…

sono felice. 
Sono felice perché in questo completo stato di relax sento che potrei ritornare ad essere me stesso. Potrei ritornare a scrivere, finire quel romanzo rimasto a pagina 48, ritornare a ridere, scherzare, allenarmi…sento che potrei ritornare a stare con lei. Ma lei è morta. Lei non c’è più. Lacrime inondano il mio viso senza che io possa fermarle. Smascello infinite parole senza senso. Tra quelle solo una attira la mia attenzione.

“Marla”



«Dai, vecchio! smettila di pensarla! È stato solo un incidente e lo sai?»



«Sì, è stato solo un incidente! E poi quel bastardo è andato anche in galera. Smettila di pensarla e vai avanti con la tua vita.»



Parole assonnate mi giungono all’orecchio. La solita cantilena di chi non capisce un cazzo. Non hanno la minima idea di quello che sto passando da quel giorno. Bofonchio qualche parola e riesco a mandarli via con una scusa. Rimango finalmente solo.

Mi pulisco la faccia con un fazzoletto che trovo sulla mia tasca destra e mi sforzo a non piangere ancora. Sgranocchio gli occhi lucidi e mi perdo ad ascoltare il rumore delle onde.


Comincio a discutere con la Luna piena:

Perché hai dovuto portarla via? Non potevi prendere me? Io non ero nulla, ero solo un incosciente di ventidue anni che si divertiva a correre con la macchina, viveva la giornata tra bar e discoteca, giocando, scherzando e ogni tanto studiando per una laurea che non mi interessava. Lei invece era diversa, aveva una voce bellissima; quando la sentivo cantare l’atmosfera si riempiva dell’odore di rose appena bagnate, il tempo si fermava. I suoi capelli neri argentati, le sue labbra fine e corpose, gli occhi. Tre anni fa, in un disperato tentativo di dimenticarla, ho fatto un viaggio in Islanda per ammirare l’aurora boreale. Ecco! Quel giorno ho pianto a dirotto. I suoi occhi erano come l’aurora boreale...
...PERCHÉ?!



Voglio rivederla. Voglio rivederla. Non riesco a capacitarmi di averla persa. Non posso. Non c’è la faccio più. Lei era tutto per me. Lei era l’unica cosa che mi completava, l’unica. E adesso… adesso rimarrò per sempre una scorza di uomo, rimarrò per sempre incompleto.
Nella calma estiva sento le onde che intonano una canzone. Una lacrima mi scende dall’occhio sinistro.



“No me regalen mas libros Por que no los leo Lo 
que he aprendido 
Es por que lo veoMientras más pasan los añosMe contradigo cuando pienso 
El tiempo no me mueveY
o me muevo con el tiempo…”




Le onde si agitano come fossero onde dell’oceano e nel suo spruzzare fiotti e fiotti di schiuma, formano una figura biancastra, che piano piano prende la forma di lei. Mi guarda.

Mi guarda e sorride…un sorriso acerbo, che sa di mare, e continua la canzone delle onde, con la sua voce.



…Y dame la manoY vamos a darle la vuelta al mundoDarle la vuelta al mundo
Darle la vuelta al mundo...

Le onde la seguono imitando i suoni di ogni strumento, accarezzando quel corpo stupendo e bagnando quei piedi lisci e vellutati come cotone in primavera. Io assisto, ammaliato e incredulo di fonte all’amore della mia vita.

Mi alzo barcollando. Il mio corpo fa fatica a rispondere ai segnali nervosi ma, in un modo o nell’altro, riesco a camminare. Mi avvicino a lei e cerco in ogni modo di parlare senza mangiarmi le parole.



«Marla! Sei tu?»



Quell’angelo mi guarda dritto negli occhi. Quello sguardo intenso mi provoca sentimenti dimenticati da quasi un decennio. All’improvviso mi sento di nuovo un ventenne stupido e incosciente che bacia per la prima volta una bellissima ragazza sotto una tempesta estiva. All’improvviso sono di nuovo uno stupido ed incosciente ventenne che crede d’aver capito cos’è l’amore. All’improvviso sento un calore viscerale che cresce dentro di me, un senso di sollievo mattutino. Come quando ci si sveglia dopo il primo giorno di ferie, come quando si finisce quell’ultimo esame per la laurea. All’improvviso sento Speranza. Da quello sguardo, capisco che quell’angelo è lei.

Si avvicina come volteggiando sulla sabbia bagnata dalle note del mare e mi sfiora la faccia con la sua mano delicata che sa di sapone e bucato appena pulito.



«Sei sempre il solito ubriacone! Dai, vieni a farti un bagno con me. L’acqua è bellissima!»



Mi faccio trasportare dolcemente verso il mare, tenendo quella mano come se fosse la cosa più preziosa di questo mondo. Quando i piedi non toccano più il terreno nuoto insieme a lei.

Scherziamo, ridiamo, ci spruzziamo acqua a vicenda. Mi sento di nuovo vivo.

Poi un’onda, un’onda enorme si avvicina. Si avvicina accrescendo sempre di più, minacciandoci di dividerci di nuovo.



«È l’ora!»



La sua voce soave risuona come un’eco nella mia testa.
Non mi capacito. Adesso che l’ho ritrovata non la lascerò più.

L’abbraccio dolcemente e, guardando per l’ultima volta quegli occhi, la bacio.

 L’onda ci sommerge.




Pedro Aversa (@aversa.pedro)

 

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