Virtualia – Episodio II

Illustrazioni: Diana D. Gallese (@didigallese)

Continuazione di “Virtualia – Episodio I”, racconto nato da una collaborazione tra Antonio Di Cori, Anna Toscano e Gabriele Iacono…:

Jay aveva una specie di gusto dell’orrido, quasi godeva di repulsione nel sentirsi inadeguato in certi luoghi. Era come se si sentisse più realizzato a essere un pesce fuor d’acqua. Ora sta avanzando verso la seconda parte della sala, più illuminata da luce naturale. Il cameriere sembra ancora non accorgersi di lui e del suo enorme zaino Carhartt.

Ma cosa lo spinge ad andare avanti?

Di certo, lì non avrebbe trovato il suo amato caffè corretto, nella tazzina opaca del suo Bar preferito. Eppure è sicuro che ci fosse un motivo se il destino l’avesse portato lì.

Sì, un po’ ci credo nel destino, lo ammetto. C’è un motivo se i Greci ci credevano, loro erano i più intelligenti di tutti e credevano nella MOIRA. Mi sento fuori dal tempo, calpestando questo marmo perfettamente lucidato, splendete quasi. 
Adesso mi trovo alla luce del sole, una sala deserta, sviluppata verticalmente. Sembra una sala ricevimenti per i matrimoni e roba del genere. Una strana eleganza però la contraddistingue; credo sia dovuto alla mancanza di tende pesanti e pizzi sulle tovaglie. È tutto così sobrio ed elegante…e devo ammetterlo: è dannatamente bello stare qui.

Jay si guarda indietro furtivo, il cameriere sembra un automa senza emozioni. Adesso sta lucidando un nuovo bicchiere, con la stessa calma e premura. Jay inizia a girovagare per i tavoli, come fosse una specie di Alice nel paese delle meraviglie versione punk e capelli verdi. Stava pensando a una canzone l’altra volta, in camera sua. Aveva preso in mano la chitarra, ma niente! Non riusciva ad afferrarla e farla suonare, gli era sfuggita irrimediabilmente. Non riusciva più a trovarla in nessun modo…eppure ce l’aveva sulla punta della lingua. Pensava insistentemente a quella melodia non ancora scritta, addormentata in chissà quale parte del suo cervello. Eppure sentiva che quella parte un po’ sopita stava per essere risvegliata.

Proprio qui, chi lo avrebbe mai detto. Ero convinto che il meccanismo di sarebbe sbloccato solo andando a fare un giro nella Berlino underground, a Kreuzberg o a farmi qualche canna di fronte a un fiume che scorre notte o percorrendo il muro di Berlino dove Bowie scrisse Heroes, il suo capolavoro. – il mio sogno, sì - 
Eppure, questo è un vero e proprio fiume in piena. Questo assurdo posto così strano. Mi sento sospeso nel mio tempo ed è una sensazione che non ho mai provato prima.

Cazzo Kay, dove sei quando servi? Adesso dovevi proprio essere qui con me.  
Probabilmente, anche il fatto che questo Bar lussuoso avesse appena aperto influiva sul fattore “zero clienti” che Jay non riusciva molto a spiegarsi. Ma quella, lui ancora però non lo sa, in realtà è una sala da the – e di caffè non c’è neanche l’ombra, anzi non c’è mai stata da quando ha aperto nel lontano 1989.- In pratica, si è sempre mantenuta una rispettabilissima sala da the, che lascia spazio solo alle chiacchiere fievoli e colte di donne in pelliccia e uomini acculturati, tra un sorso e l’altro di pregiatissime miscele provenienti da paesi lontani.

E guarda caso, esisteva proprio dal 1989…
 

Avrei voluto essere lì quando è caduto il muro di Berlino, nell’89. Oh sì, vorrei tornare a quel momento lì, se mi fosse concesso di tornare indietro. Per provare quella adrenalina, quel senso di appartenenza, di rivoluzione. Deve essere stato un sentimento fortissimo. Queste cose accadono raramente nella storia. Forse anche alla presa della Bastiglia si sono sentiti così, sì. Sicuramente. Ma il crollo del muro di Berlino esercita così tanto fascino su di me.
Forse, alla fine, anche io sono solo in cerca di emozioni forti come tutto il mondo. Non mi aspetto di essere diverso, no. La società in cui vivi ti plasma, è un passaggio impietoso dell’individualismo ma necessario. Ho smesso di essere un individuo nel momento in cui sono venuto al mondo. E non ci sarebbe altro modo per non essere parte della società se non essere rificcato a forza nell’utero di mia madre.  Ma temo questo sia impossibile. Però, la società ha visto tempi migliori, poco ma sicuro. Io sono nato in questo millennio di consumisti pazzi e mangiatori di plastica a domicilio – sì, la plastica che ingeriamo ogni giorno è molta, ma molti non lo sanno. – 

Questo flusso di pensieri degno solo di un Jay Joyce mattiniero e in astinenza da caffè latte (magari corretto), però, è appena riuscito a essere interrotto da una piccola causa esterna, non indifferente al suo udito sopraffino. Una melodia lenta, suonata al piano, proveniva da un piano inferiore, da una scaletta alla sua sinistra che non aveva ancora notato, preso com’era dalla sua voglia di Berlino. Probabilmente un udito normale non lo avrebbe notato, ma lui era convinto di avere un super udito e anche l’orecchio assoluto.

È “Claire de Lune” di Debussy, lo so - sicuramente non è Miles Davis - O forse, “Nocturne op.9” di Chopin? Cazzo, li confondo sempre. Come si fa a confonderli? So essere imbarazzante, a volte.
 

Jay segue subito la musica, consapevole che tutto questo c’entrasse in qualche assurdo modo con il suo destino e con la canzone non scritta lasciata in fondo alla gola o forse sul letto di camera sua, tra le lenzuola o incastrata tra i capelli disordinati della mattina. Ha così tante cose sulla punta della lingua che poi, per forza, qualcosa rimane incastrato da qualche parte. Un malcapitato pensiero rimane a metà, imprigionato come se fosse in una scatoletta di tonno e non avesse idea di come aprirla (ma lui davvero ha difficoltà ad aprire le scatolette di tonno).
La scala bianca che conduce alla musica è stretta, candida e perfettamente dipinta.Jay la percorre veloce, rischiando di cadere e sbilanciarsi arrivato all’ultimo gradino.

Questa si chiama “emicrania di origine estetica”? Così la chiamava H. James quando il suo “americano” aveva i capogiri al museo del Louvre. Una specie di sindrome di Stendhal, tipo. O forse sto avendo un orgasmo musicale? Chi lo sa. Finora è l’unico che abbia provato.

Ed ecco il momento fatidico. Jay si trova da solo, di fronte a una sala enorme e bellissima. Tende bianche e decorazioni floreali, mai troppo esagerate. Colori pastello, carta da zucchero alle pareti e un solo, grande quadro posto esattamente al centro della parete di destra.

Ma il pezzo forte sei tu, caro Pianoforte. Piano-Forte è una delle mie parole preferite perché ha un ossimoro al suo interno e io adoro gli ossimori.
 
Jay inizia a dubitare della sua lucidità mentale. Il pianoforte è meravigliosamente grande, bianco, lucido e, chiaramente, anch’esso sfacciatamente elegante. Ma sta suonando da solo.

Forse in questo momento mi trovo al Bar dell’accademia, sono già al sesto cicchetto…e sto immaginando tutto: un pianista fantasma, una stanza enorme, fiori freschi profumati. Questa sala ha tutta l’aria di essere un sogno o un trip mentale. Ma non ci sono colori accesi, niente di strano. Niente si muove da solo se non questo maledetto e stupendo pianoforte. E poi, pensandoci, non ho mai avuto le allucinazioni da ubriaco. Forse sto ancora dormendo. 
È surreale, sì questa stanza è surreale.

Jay chiude gli occhi ed inspira, vorrebbe concentrarsi solo sull’odore dei fiori.

Lavanda, credo proprio sia lavanda.
 
Il pianoforte bianco continua a suonare: è un pianoforte automatico, rarissimo da trovare in giro per la città. A breve la sala ospiterà un matrimonio, di quelli in pompa magna.
Ma Jay è del tutto ignaro di ciò e forse non vuole ammettere a sé stesso che quella stanza che sta significando così tanto per lui, presto sarà ospite di tutto ciò che lui odia della società. Vestiti eleganti, pizzi, ipocrisia, frasi di circostanza, parole inutili, sprecate, poco sincere, amore probabilmente non autentico. Tutto ciò che la società impone, lo suggella il matrimonio. Come tutti i vincoli, era una delle cose che Jay proprio non sopportava.

Ma questo è un altro discorso, perché della società in questo momento a Jay non importava proprio nulla. La sua canzone mai scritta stava affiorando in maniera così naturale che pensava di averla sempre saputa. E all’improvviso, con sua enorme sorpresa, si dimenticò di Chopin e si mise a cantarla sottovoce in mezzo alla stanza. Questo era il posto più ispirante di sempre. Non era mai stato così ispirato e silenziosamente euforico in tutta la sua vita. C’era una strana inventiva che scorreva nelle sue vene, calda e piena di vita. Non vedeva l’ora di tornare a casa mettere per iscritto le parole.E di colpo si ritrovò a pensare a una sua compagna di classe: Diana. Diana era diversa, forse una delle poche coetanee riuscita a scalfire quella specie di barriera metallica che si era costruito attorno. Diana cambia continuamente colore dei capelli, è bassina ma non troppo, forse è bassa rispetto all’altezza esagerata di Jay. Adesso ha un caschetto bianco carta, quasi uguale alla pelle diafana. È così bianca che si vedono tutte le vene che le oltrepassano i tessuti. Strana, una strana ragazza, singolare. Brillante a scuola, soprattutto in letteratura inglese e spagnola. È appassionata del teatro antico, delle tragedie greche. Su Instagram si chiama Moira o una roba simile. È fissata col concetto di “soffio vitale”, pneuma e con le etimologie. Dice che lei cerca il soffio vitale.  Ma in realtà non funziona così, per i greci era una specie di cosa religiosa.

Ma Jay non glielo dice mai. Anzi gli piace pensare che questo concetto sia come l’ha capito lei, che lo Pneuma sia qualcosa che tutti quanti cercano, invano, forse, in maniera costante e frenetica. Diana è atea, non crede in nessun Dio ma crede che il nostro destino sia già scritto.
“Le parche, esatto, loro tengono i fili del tempo.”  Gli aveva detto una volta a scuola.
“Nah, se delle vecchie streghe avessero in mano delle forbici, lo taglierebbero subito il mio filo tinto di verde.”
“Magari a loro piacerebbero i tuoi capelli” sorrise lei, un giorno durante una pazza conversazione dopo l’ora di filosofia.

Quel momento fatale era stato l’unico in cui Jay avesse mai provato una specie di attrazione verso una ragazza, forse solo platonica, niente di fisico, ma per un secondo lo aveva attraversato l’idea avvicinarsi a lei di un centimetro. O magari voleva solo sentire meglio il suo odore. Ma poi l’aveva liquidata con “sì, non si può mai sapere, gli anziani a volte ti stupiscono.” Girando i tacchi e dirigendosi nel corridoio per prendere una boccata d’aria e levarsi di dosso quell’impulso da stupido adolescente che aveva appena avuto. I NIN sparati nelle orecchie sicuramente aiutavano a smorzare ogni briciolo di romanticismo.

“Sì! Evvai.”

Il suo urlo entusiasta echeggia nella sala. Jay si rende subito conto di aver esagerato. Ma era ancora troppo preso dal suo torpore, dall’ispirazione onirica generata dalla stanza e dal pianoforte fantasma. Anche il pianista fantasma aleggiava lì, ne era sicuro. Intanto nella sua mente aveva preso finalmente vita la famosa canzone mai scritta. Era uscita da un guscio nel substrato del suo cervello ed emersa proprio qui, nella supponenza elegante di questa stanza misteriosa e incredibile. Jay estrae di corsa il suo Iphone, per non fare scappare le idee, digita velocemente il testo nelle note del cellulare, canticchiando la canzone.

“Io la chiamo la stanza dell’ispirazione.”

Una voce proveniente dalle sue spalle fa sobbalzare Jay, il cellulare cade rovinosamente a terra prima che riesca a scrivere l’ultima parola e scattare una foto a quella stanza meravigliosa. L’ultimo attimo di vita dell’i-phone 6s cui era così affezionato. Il volto del cameriere elegante sorrideva, quasi impassibile di fronte alla tragedia moderna che si era appena consumata di fronte a lui: la rottura dello smartphone. 
Jay cercò di rimanere impassibile, tentando di sembrare indifferente e non schiavo della tecnologia. In realtà, lo era come tutti gli altri e in fondo lo sapeva anche lui. Non avrebbe mai comprato un Iphone, ma aveva come alibi che gli era stato regalato da una zia materna..e lui lo aveva accettato di buon grado, senza più pensare ai lavoratori sfruttati della Apple.

“Quando hai il mondo in mano dovresti fare attenzione, potrebbe cadere e rompersi in mille pezzi.” Dice il cameriere, cinico ma sempre gentile e sorridente.

“È il problema dell’uomo moderno, credo. Ha il mondo in mano e non lo sa gestire.”

“Cosa ci fai qui?” Dice il cameriere, senza mai risultare scortese e mantenendo il mezzo sorriso.

“Ehm, scusa, ho sentito la musica e mi sono fiondato…”

"Bello vero, il pianoforte?”

“Suona da solo?”

“Sì, è raro. Infatti lo usiamo solo per le grandi occasioni.”

“Ah, ecco. È bellissimo, non ne avevo mai visto uno prima.”

Un attimo di silenzio imbarazzante. Jay sta studiando il suo interlocutore con curiosità. Gli sembra un ragazzo di massimo 35 anni, particolarmente gentile e distinto. La sua statura era quasi uguale a quella di Jay, ma lui era così ritto ed elegante che dava l’idea di supponenza, probabilmente senza giustificazioni di sorta. Jay adesso si sentiva inadeguato, ma non completamente, probabilmente rassicurato dal sorriso bonario del cameriere e dalla crisi mistica avuta poco prima.

“Come l’hai chiamata prima?”

“Cosa?”

“La stanza.”

“Ah, sì. La stanza per l’ispirazione, è così che la chiamo. È stregante, non trovi?”

“Sì, ho appena scritto una canzone. Anzi, avevo.” Dice Jay indicando il cellulare rotto, ancora a terra. Come a indicare quanto poco gli importasse della tecnologia. Il ragazzo tira fuori un taccuino nero marcato Moleskine, molto elegante e dal design minimal.

“Ah, hai una Moleskine.” Dice Jay, ammirato.

“Sì, come ti dicevo, questa stanza per me è il massimo. Qui le idee scorrono come cavalli imbizzarriti. Non so spiegarmi il perché, ma è così.”

“Ho provato la stessa sensazione. Ma cosa scrivi, anche tu canzoni?”

“No, scrivo poesie, di solito brevi e in versi liberi.”

“Ah, interessante.”

“Sì, mi piace.  Ma non le lascio leggere mai a nessuno.”

“Neanche io faccio ascoltare le mie canzoni mai.”

“Comprensibile.”

“Solo il mio amico Kay, lui sì, può ascoltarle.”

Il ragazzo sorride, Jay pensò che era molto attraente nella sua perfezione.

Ma ancora nessuna attrazione sessuale, per carità.

“Scusa, adesso devo chiederti di lasciare la sala. A breve ci sarà un matrimonio.”

“Ok, scusami. Magari tornerò a prendere un caffè qui con Kay, deve vedere questo posto anche lui. Per forza.”

Jay raccoglie timidamente il cellulare rotto e si avvia velocissimo su per le scale.

Il cameriere lo segue subito dopo, omettendo l’informazione “no coffee here”. Arrivati all’uscita, Jay si volta verso di lui e gli chiede:

“Scusami, potresti dirmi che ore sono? Il mio cellulare si è rotto prima.”

“Sono le 9 meno un quarto.”

Jay rimane sconvolto.

“Cosa? Non ci posso credere, il terzo giorno di scuola e l’ho già perso.”

Il cameriere si stringe nelle spalle e va dietro al bancone, tornando alle sue stoviglie da lucidare. Jay sente che la normalità sta tornando a galla, tutto diventa di nuovo delineato e noioso. Appena uscito dal bar l’odore di smog lo invade e così la consapevolezza di aver perso ormai un giorno di scuola. Forse, se avesse corso verso la fermata del bus, avrebbe potuto recuperare. Il suo smartphone rotto nella tasca, lo schermo a pezzettini di vetro che vagavano nella tasca, sparsi e senza più collocazione, proprio come i suoi pensieri. Era come se quella stanza li avesse tenuti uniti, stretti tutti i suoi pensieri e tutte le sue idee: le conteneva perfettamente e li riordinava. Non sapeva quando, ma avrebbe dovuto tornarci. L’autobus che avrebbe dovuto prendere è appena passato davanti  a lui alla velocità della luce.

CAZZO! Il tempo è impietoso anche con l’ispirazione.

Jay aveva capito che doveva rassegnarsi: il giusto momento era passato; “Kairos” in greco, significava il momento supremo, il momento giusto. È un mondo affascinante l’antica grecia, doveva concederlo a Diana. Forse avrebbe voluto scambiare due chiacchiere con lei domani. Aveva anche perso un giorno di scuola e una lezione importante di chimica, ma cosa importa?
Il suo Kairos lo aveva vissuto poco prima, in quella stanza meravigliosa, col pianoforte fantasma e l’odore di lavanda. Era il posto meno punk che esistesse in città, eppure era lì che stavano i suoi pensieri. Probabilmente erano rimasti accartocciati in mezzo a qualche foglio volante, nei tasti del pianoforte, nelle imposte delle finestre. Era lì che doveva tornare per ritrovare i suoi pensieri migliori. Per sentire che avesse un senso questa confusione perenne nella sua testa.

- Ma quanti binari ha la tua testa? – Gli aveva chiesto una volta sua madre. E aveva capito che forse pensava un po’ troppo e a troppe cose contemporaneamente.

I voli pindarici nella sua mente lo hanno portato adesso a distogliere lo sguardo dal bus ormai perduto e a pensare a sua madre. A quanto era stata felice…a quanto adesso il suo sguardo avesse una preoccupante apatia che lui non riusciva a spiegarsi. Ma non voleva pensare alla inquietante indifferenza di sua madre, a come lasciasse scivolare tutto addosso come fosse diventata una busta di plastica, un involucro liscio dove le goccioline scivolano via con facilità.

– No, non voleva pensarci ora. –

Hey Siri, sopprimi il pensiero di mia madre…

Adesso voleva solo pensare a sé stesso, a quella specie di epifania indoor che aveva scoperto. A quella canzone, al suo telefono rotto, al cameriere bello e gentile, poeta da Moleskine. Chi lo avrebbe mai detto, persino lui era vittima dei preconcetti della società.  Non avrebbe mai pensato a un cameriere poeta e che un posto così elegante lo potesse ispirare tanto profondamente.
E invece sì, era successo tutto e non era la sua immaginazione stavolta. Non sapeva neanche il nome del bar, ma avrebbe ritrovato la strada. Ora che l’aveva trovata doveva tornarci per forza, forse solo o forse con Kay, l’unico che avrebbe potuto capire.
Era così fiero di sé, non pensava più neanche alla chimica, all’antica Grecia. Ormai era fatta: lui aveva trovato la stanza per l’ispirazione.

Anna Toscano (@rossofloyd)

Le parole fluivano velocemente intrecciandosi ai numeri e danzando al tempo dei grafici. Immagini di buchi neri troneggiavano tra le pagine, immobili e quasi prive di dimensione. Kay chiuse l’ennesimo libro di astronomia e lo posò delicatamente sul comodino. Spesso, gli uomini guardano il cielo per osservare le nuvole e non prestano attenzione a ciò che si trova oltre. L’individuo si pone al centro dell’universo e pensa che questo inizi e finisca con lui. E inevitabilmente l’uomo diventa l’universo stesso: tutte le altre cose prendono forma ai limiti remoti del proprio individualismo e restano figure vaghe e prive di contorni. Gli uomini procedono convinti della loro grandezza e non si accorgono di essere in realtà un piccolo frammento di un universo infinitamente grande. Piccoli frammenti che viaggiano per anni luce e che poi vengono inghiottiti da buchi neri.

Dio, quanto amava i buchi neri.

In quella parte dell’astrofisica, giaceva il senso stesso dell’esistenza: un viaggio e un ritorno al nulla originario. Un filo sottile che separa l’esistenza e la morte. Un piccolo frammento di vita che si consuma nel corso del proprio cammino. L’esistenza che diventa inesistente e inconsistente. La vita che muore e che diventa morte, pura e incontrastabile. Gli uomini pensavano alla propria vita e non badavano all’universo. 

Lui pensava al cosmo e la sua vita gli scivolava via.

Sapeva di odiare l’individualismo e di essere a modo suo altrettanto individualista. Non era poi così tanto diverso dagli uomini che pensavano di dominare un mondo intero: loro governavano cielo e terra e il suo mondo, invece, comprendeva solo quattro pareti. Quattro pareti e un mondo di cui era il solo abitante. Un piccolo mondo per proteggere quel brandello di esistenza che ancora riusciva a tenere ancorato a sé. Un piccolo mondo in cui tirare un sospiro di sollievo, tra un libro ed un foglio da disegno scarabocchiato freneticamente.

Un ragazzo e una vita che gli sfuggiva via.

Un mondo che era una stanza e una casa che era un letto: la sua vita iniziava e finiva lì mentre il suo sguardo attraversava anche le pareti e le finestre che lo dividevano dalla vita vera. Era malato da tempo. Forse sarebbe morto.

E in questi mesi non poteva fare nient’altro che leggere e messaggiare ,oscillante tra strascichi di affanni e pigrizia remota...stratificata. Messaggiare con una persona sola, perché il mondo intero sembrava averlo dimenticato. Jay era l’unica persona con cui valesse la pena parlare: le sue parole non erano mai scontate e non diceva mai ciò che ti aspetteresti che dica. Lo aveva conosciuto a scuola, pochi mesi prima: scanzonatamente gli aveva offerto da accendere ed era stato ricambiato con una chewing- gum. Si vedeva che era un po’ sconclusionato quel Jay, ma sicuramente di animo gentile. L'aveva capito da qualche giorno, da qualche messaggio un po’ strano che gli aveva inviato. Jay amava raccontare delle sue giornate, trascorse a scuola o in giro per la città.

Kay amava raccontare delle giornate mai vissute, in cui trovava la forza per uscire di casa, sopportando quelle ore di scuola che gli lasciavano un vuoto cosmico nella mente e che gli azzeravano i pensieri. Si sentiva debole, malato, braccato e ferito da un mondo in cui non riusciva ad esistere. Circondato da una società che si sbriciolava sotto ai propri occhi. Abitante di un mondo che cadeva vertiginosamente verso un precipizio etico. Circondato da una massa informe che uccideva e annientava se stessa. Braccato da un mondo che voleva l’omologazione e che non lo accettava per quello che era.

Forse era meglio scomparire e sperare che quattro pareti lo avrebbero protetto da un mondo intero. Forse era meglio relegare la propria vita ad una stanza, in cui poter morire lentamente: uccidere la propria vita e liberare la propria esistenza.


Si era chiuso lì da qualche mese. E non c’era nessuno che riuscisse a tirarlo fuori. Nessuno che si accorgesse della sua solitudine. Nessuno che avvertisse la sua mancanza. Nessuno, o forse solo Jay, che in alcuni momenti svaniva nella sua flebile memoria, come tutto il resto. E tutto ciò lo spingeva ancor di più a stare chiuso là dentro, mentre la chiave girava nella serratura e le pareti si restringevano lentamente. Il bar e la scuola erano ricordi lontani a cui attingeva per non svanire via. La stanza dell’ispirazione era la sua mente, piena di pensieri che si sdoppiavano in parole o in immagini appena abbozzate, stilizzate, come sagome arcaiche di mondi e galassie altre. Piena di parole e immagini, la sua stanza, ma vuota di spettatori...se non per qualche miniatura di vecchi personaggi fantasy, che più non lo rispecchiavano.

Impiegava ore ad immaginare di vivere.

Passava ore a disegnare e a riflettere: i pensieri turbinavano nella propria mente e le linee suonavano silenziose su quei fogli di carta, quei disegni che restavano sempre incompleti. Non si era sentito libero di esistere e aveva annientato la propria esistenza.

Jay lo aveva capito.

Sentiva i suoi stessi sentimenti…ma inevitabilmente lo odiava.
Lo odiava perché aveva l’opportunità di visitare il mondo intero mentre lui poteva vederne solo uno squarcio da una piccola e banalissima finestra. Lo odiava o forse odiava la sua sofferenza, così insostenibile per una persona sola. Avrebbe voluto condividerlo con Jay, ma il dolore era ormai un tutt’uno con la propria anima ed era difficile liberarsene. Jay ogni tanto lo contattava tramite whatsapp, a volte riceveva risposte fugaci, altre volte solo scambi di link di vario interesse. Così capiva che era tutto più o meno a posto: la curiosità era la loro forma di benessere preferito.
Ma forse un modo per aiutarlo c’era: nessuno persona al mondo è sola se c’è anche solo qualcun altro a prendersi cura di lui.
Jay era così, uno scazzato ribelle con guizzi di positiva sopravvivenza. Chiuse lentamente il computer, tenendolo ancorato a sè con le proprie mani. Kay avrebbe capito e questo gli sarebbe costato tanto, forse troppo. Avrebbe dovuto distruggere i muri della prigione che si era costruito.

Kay lo sapeva: non era facile uscire di casa e sentirsi così tanto oppresso e schiacciato dal mondo intero.
Il suo dolore faceva cassa di risonanza con la sua mente, e rimbalzava poi nel cuore di Jay, al quale nonostante tutto si sentiva inspiegabilmente legato. Si sentì in colpa perché gli avrebbe dato un amico destinato a svanire. Si sentì in colpa perché gli avrebbe dato ciò che gli mancava e poi glielo avrebbe tolto brutalmente, lasciandolo da solo. I minuti passavano. L’orologio batteva le tre e i secondi trascorrevano rumorosamente.

L’aria era fredda. La stanza vuota e silenziosa.

Un senso di colpa e irrequietezza palpitava tutto attorno.

Sarebbe venuto? Forse gli stava chiedendo troppo.

I minuti trascorrevano lentamente e il senso di colpa diventava sempre più rumoroso. Poi il silenzio si infranse e l’orologio si fermò: Jay era alla porta. 
Si riconobbero immediatamente come oggetti che convergevano l’un l’altro e trovavano il senso della loro esistenza nella loro unione. Forse la vita era semplicemente quello: morire e tornare a vivere.

Sfuggire al silenzio. 
Frantumare il proprio dolore.
Evadere dalle proprie prigioni.


Gabriele Iacono (@gabry_iacono)
 

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