“Quando il giorno moriva, moriva…”

pallone luce ombra

di Gaudenzio Schillaci

Foto: Filippo Toscano

Gaudenzio Schillaci è nato a Catania, vive e lavora a Bologna e nel 2020 ha pubblicato il suo romanzo di esordio “La felicità si racconta sempre male”. Ci invia un racconto, una riflessione sui contrasti tra luce e ombra, sul giorno e la notte…:

A volte confondevo i margini, diluivo il giorno nella notte, mischiavo buio e luce come fossero guerra e pace, odio e amore, sangue e merda, e a limiti estremi spostavo il confine un po’ più in là, ma quando il giorno moriva, mi rimaneva poco da fare: moriva.

Dopo, rinasceva con una faccia diversa. Era una sicurezza, a suo modo. Una sicurezza incapace di rassicurare come qualsiasi mutevolezza, ma pur sempre una sicurezza. A volte m’addormentavo con la pioggia e mi risvegliavo con il sole, come se il giorno ci tenesse proprio a dimostrarmi che di tanto in tanto bisogna fingersi lupi per sopravvivere da agnello. Altre volte, invece, pensavo che il cielo fosse soltanto un mare capovolto, un’anomalia tra le cose conosciute, un’inversione delle regole basilari, come quando la palla viene presa con le mani e posta sul dischetto dell’area di rigore. Ѐ quello l’attimo in cui mi chiedevo chi ha più paura: prima di un calcio di rigore, chi trema di più, il portiere o il rigorista? Chi ha più ragione a lasciarsi scivolare tra le lenzuola calde della paranoia, Francesco De Gregori o Peter Handke? Alle sei del mattino qual è il terrore più onesto e puro, quello del giorno che deve iniziare o quello della notte che deve finire? Chi si mette in porta, tutte le mattine, il buio o la luce? O magari si danno il cambio, come quando da bambini nessuno vuole mettersi a protezione di una saracinesca arrugginita e allora si fa a turno per starci, e si litiga e ci si accapiglia per chi deve starci per primo. Tutti vogliono segnare, ma non sarebbe più importante imparare a parare? Nessuno vuole parare, ma saremo mai capaci di segnare?

Una sigaretta brucia, perché l’alba e la sigaretta sono una coppia più bella persino di Totti e la Roma, ma se alzo gli occhi e vedo un cielo che se ne resta spento e oscuro, macchiato e senza cimento, cosa dovrei pensare? Che il buio ha parato il rigore, o magari è riuscito a segnarlo?

Siamo animali, uomo o donna comunque animali, certo, e rispondiamo a leggi di una natura che cerchiamo di cacciare e depredare, ma si arriva sempre ad un punto in cui sono le regole a cacciare noi. Come quando l’arbitro ci fischia un rigore contro. Come quando ci si risveglia. Quante volte mi sono ritrovato a ragionare intorno al risveglio, a cercarne una parvenza di senso, a chiedermi se ci si sveglia quando tutto diventa insopportabile o quando finalmente si trova la forza per trascinarsi un centimetro oltre l’orologio. Il sonno è un trono o una tana in cui nascondersi? Il sonno attacca o gioca in difesa?

A volte cerco di percepire il meno possibile, tutto m’infastidisce e provo a rallentare le immagini, a desaturizzarne i colori. Cerco di tenermi distante. Cerco di non comparire più in quello che vedo, di annullare la mia presenza in quello che sento. Ho espressioni austere, seriose, che delle volte raggiungono una sorta di affabile sdegno. Volgari, grevi, crudeli, ma restano ugualmente affabili, ammantate di una certa gentilezza che offro solo a me stesso. Cammino in latitanza dal tempo, a distanza da telefoni, computer, umanità, senza dare la caccia a gabbiani blu che visualizzano, senza allargare cuori che apprezzano, senza pollici in alto che affermano l’ebbrezza volubile dell’esistenza. Tento di asportare i minuti dal mio organismo, anestetizzato da un silenzio che appare lascivo e osceno, orbo di interesse, muto di tenerezze. Il giorno sta morendo o sta venendo alla luce? E se muore, lo fa davvero o si diverte solo a prendermi per il culo?

Ho gli occhi a corto di sonno, sento le arcate sopraccigliari pronte all’attacco, una manovra complessa, la loro, di accerchiamento, un lento procedere a passaggi corti e ripetuti verso l’obiettivo: una poco rasserenante conseguenza dello stato delle cose, mi dico. Un lento lasciarsi andare, smettere di giocare il pallone e lasciare che siano solo i corpi, il loro esistere, il volume di se stessi, a cercare di difendere il risultato, come se l’orologio dell’arbitro stesse scandendo gli ultimi minuti di una sfida di qualche importanza. E se il contrario del giorno non fosse più la notte, ma il sonno? E se questo tempo senza tempo fosse riuscito davvero a capovolgere mare e cielo, giorno e notte, difesa e attacco?

Una volta, ero sicuro, quando il giorno moriva, moriva. Oggi, il giorno, muore ancora? Difende, o attacca?

Gaudenzio Schillaci (@denzyotollah)

Ci piace pensare che questo tempo senza tempo possa essere rappresentato da una fotografia di un pallone da calcio, fermo tra luce e ombra, nell’attimo dell’attesa. Il pallone è in potenza una possibilità: è lui il protagonista o quel qualcuno che lo guarda dall’esterno, pensando se calciarlo o lasciarlo lì?

Forse la parola chiave è l’attesa cui dovrebbe seguire un movimento o una chance, come nei dipinti di Giorgio De Chirico.

Grazie Gaudenzio!

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