“Un’avventura…”

foto e racconto di Damiano Ravagnani @damiano_ravagnani; 


Alessio si affrettò lungo il sentiero di terra e sassi. Gli alberi attorno a lui non gli impedivano, da una parte, di ammirare la città sottostante da una posizione elevata. Poi, soffermandosi con lo sguardo oltre la città, vedeva altre montagne sullo sfondo: giganti, rettili e creature colossali di altre epoche, vecchi come il mondo e appartenenti a questa terra da tempo immemore rispetto alla comparsa del genere umano. Le rocce raccontavano ad Alessio la vita di eoni passati, emanavano un’aura arcaica; le pareti di roccia richiamavano all’immaginazione un mondo non popolato e primitivo, non contaminato dalla presenza di qualche civiltà o forma di società e tuttavia frequentato da viventi leggendari e puramente animali. Il sole si avvicinava alle creste delle montagne sullo sfondo e portava con sé la luce che illuminava in quel momento quella parte di globo. “Devo affrettarmi” pensò Alessio. Accelerò ulteriormente il passo sul sentiero irto di sassi e radici, appoggiò i piedi un passo dopo l’altro al suolo durante quella faticosa salita e procedette così, instancabile, fino a raggiungere un bivio.

I cartelli indicatori erano chiari: una strada, in discesa, lo avrebbe ricondotto verso le case in cui le persone svolgevano placide le faccende della sera; l’altra, che avrebbe continuato (lui lo sapeva) ancora per un lungo tratto in salita e soltanto dopo si sarebbe fatta pianeggiante, avrebbe prolungato la sua passeggiata e ritardato il rientro a casa. Ormai il buio cominciava ad avanzare sia nel cielo sia sulla terra: i grilli da un bel po’ di tempo facevano sentire la propria voce e riempivano di musica e di incanto tutto l’ambiente circostante; le luci della città la animavano da lontano. Alessio esitava. Non era decisamente consigliabile camminare nel bosco con il buio, né rimanere soli in un luogo in cui si poteva rimanere feriti; qualcosa, una sorta di desiderio di sperimentare e provare sulla propria pelle una possibilità della vita, voleva prevalere sulla prudenza e sui saggi consigli del buonsenso; ma era puerile e sciocco, a causa della propria curiosità, andare alla ricerca di emozioni nuove in quel modo. Alessio indugiò per qualche minuto e poi decise. I piedi ripresero ad esercitare la propria forza e si mossero sul sentiero; le ginocchia si erano ormai abituate alla salita.

Alessio continuava a camminare già da un bel po’ e nel frattempo il buio era calato silenzioso tutt’intorno. Tutto aveva assunto ormai un’altra forma, un altro aspetto. Ora i suoni del bosco e i rumori in lontananza avevano assunto un significato diverso. Alessio si rendeva conto di essere diventato estremamente eccitabile: ogni stimolo esterno causava in lui reazioni incontrollabili e che lui stesso giudicava esagerate. “Meglio usare la torcia del cellulare. Almeno potrò vedere dove appoggio i piedi ed eviterò di farmi male”. Non avrebbe voluto rimanere lì ferito senza la facoltà di chiamare aiuto in caso di emergenza. Sagome indistinte e scure che avrebbero potuto essere qualsiasi cosa avevano rimpiazzato gli oggetti; era troppo difficile provare a riconoscere le forme. Gli alberi si trasformavano in altro e con loro cangiavano anche i rami, gli arbusti e i cespugli. L’angoscia del momento li rendeva simili a figure spaventose a cui la vista non voleva rivolgere l’attenzione. Nulla aveva più dei contorni definiti ed identificabili: proprio questo confondeva e spaventava Alessio. Ogni cosa, mutata, pareva appartenere al mondo del sogno: l’evidente stranezza degli oggetti confermava ulteriormente questa impressione.
Un cartello indicatore illuminato dalla torcia segnava un altro piccolo passaggio; il nome del sentiero lasciava presupporre che conducesse ad un capanno o ad una abitazione. Allora un’altra paurosa sensazione si fece strada in Alessio fino ad emergere chiaramente alla consapevolezza. “Sono veramente solo, oppure c’è qualcun altro qui?” A dispetto di quello che aveva creduto fino a quel momento, forse nelle vicinanze si trovava effettivamente qualcun altro. Ora avvertiva, non sapeva se fosse reale o solo frutto di impressioni o allucinazioni, lo sguardo di diversi individui puntato su di lui. All’improvviso credeva di essere nei pressi di un gruppo di persone e queste persone erano membri di un culto segreto e demoniaco, riunitisi con il favore dell’oscurità della notte. Forse stava invadendo il confine di una zona che non poteva oltrepassare. Forse questo culto non voleva che un intruso scoprisse il suo segreto. Alessio camminava veloce, con un’andatura a tratti più rapida del normale: era più angosciato di quanto non volesse ammettere.

Voleva allontanarsi il più possibile da quella zona che stava invadendo, per non essere ricercato o punito da nessuno. “Quale oscuro e satanico sacrificio stanno compiendo nascosti in questa oscurità?” Alessio non voleva che venissero a prenderlo: si sarebbero liberati di lui per non lasciare in vita alcun testimone, ma ne avrebbero approfittato anche per sacrificarlo. Come potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di sacrificare qualcuno che, addirittura, di sua spontanea volontà si era recato da loro? Nel bosco temeva di vedere delle luci di fuoco in lontananza, simbolo dei loro raduni; si allontanò in fretta nella speranza che nessuno si accorgesse di lui. Talvolta si girava di scatto, per vedere preventivamente se ci fosse qualche pattuglia: in tal caso poteva almeno nascondersi, muoversi facendo meno rumore possibile o perlomeno allontanarsi in tempo. Lui era solo di passaggio e non voleva ficcare il naso negli affari di nessuno. Quando fu a distanza sufficiente da quella zona si fermò e tirò un sospiro
di sollievo.

"Ora sono al sicuro…"

Procedette e giunse ad un luogo a lui familiare lungo il sentiero. Per le sue caratteristiche questo luogo era rimasto ben impresso nella sua memoria, proprio come un punto di riferimento o una tappa lungo quello stesso sentiero. Un piccolo canale scavato nel terreno dall’acqua, che in quel periodo dell’anno non scorreva ancora, serpeggiava tra le rocce da una sorgente più elevata per continuare verso il basso lungo il fianco della montagna. Quelle volte che Alessio era giunto fin lì quando l’acqua scorreva egli aveva osservato il suo corso verso le pendici della montagna, rallentato da qualche cascata e dagli sporadici ostacoli con i quali l’acqua andava a scontrarsi. Gli piaceva sostare in quel luogo e contemplare il movimento regolare e rapido di quel liquido cristallino, l’impeto inarrestabile con cui si gettava verso la sua meta. Il piccolo canale, nella parte più in alto rispetto al sentiero, era affiancato da grandi e larghe rocce che sembravano formare pedane per chi avesse voluto risalire attraverso quell’insolita via discostandosi dal legittimo percorso.
E su quest’insieme di grandi sassi si stagliavano alti alberi curvi che conferivano all’ambiente un’atmosfera misteriosa e magica.
Il suono dell’acqua che scorreva permetteva il sentimento dell’incanto, che era proprio quella stupefazione che aveva indotto Alessio a sostare spesso lì. Non si sarebbe sorpreso se avesse visto comparire una ninfa o una fata all’improvviso.

Quell’incanto conduceva la mente in una dimensione mitica e lontana nel passato. Si era sempre chiesto dove sarebbe spuntato se fosse salito lungo i sassi e questa curiosità non lo aveva mai abbandonato. Ricordò che una volta lui e Irma, durante una passeggiata, avevano deciso di comune accordo di salire più in alto per scoprire con i propri occhi cosa c’era oltre. Avevano messo da parte la paura di capitare vicino alla tana di qualche vipera e, pieni di buona volontà, con passo attento e ben calcolato si erano gettati in quell’impresa. Ben presto però si accorsero che oltre alle rocce vi erano altre rocce e che la scarpinata proseguiva ancora a lungo e ancora più ripida. Non avrebbero mai avuto il tempo di tornare a casa dopo, se fossero andati avanti nella loro improvvisata spedizione: dovettero quindi rassegnarsi e desistere. Dunque il mistero non era venuto meno, perché ancora i due non avevano scoperto dove sarebbero potuti arrivare.

Alessio camminava ormai per inerzia: era stanco. Lo spirito di avventura che lo aveva accompagnato e riempito di entusiasmo si era affievolito e aveva lasciato spazio alla noia e alla sazietà. “Voglio tornare a casa il più presto possibile”. L’ultimo tratto lo fece senza nemmeno accorgersi di dove stesse andando: i piedi lo conducevano automaticamente, mentre lui ripercorreva co la memoria le esperienze appena vissute.
Quando giunse alla parte in discesa seppe che presto avrebbe raggiunto le case. Arrivò in prossimità del castello della zona e della strada asfaltata, segno della presenza dell’uomo. Ritornato vicino alle costruzioni dell’uomo, i fantasmi e i pensieri di poco prima si allontanarono sempre di più.
Alla luce artificiale dei lampioni poteva scorgere le persone nelle case, intente a svolgere le loro faccende. Qualche finestra lasciava trapelare della luce a sua volta. Alcune persone chiacchieravano placidamente vicino alla soglia delle loro abitazioni. Alessio si lasciò il bosco alle spalle.


Damiano Ravagnani @damiano_ravagnani


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