“Il leone…”

IL LEONE di Alessia Giovanna Matrisciano

Il giorno che liberarono il leone era già quasi estate. Il circo aveva fatto un lungo viaggio. Dopo il fallimento, i pietosi artisti avevano girato mezza Asia e mezza Africa per liberare gli animali.

I pappagalli erano volati via subito. L’elefante, con le sue zanne mozze, si era avviato gioioso verso un branco dei suoi simili e dopo aver preso qualche testata da un vecchio maschio era stato accettato. Il leone era l’ultimo da sciogliere. Con lui, tutto il circo proclamava la sua fine.Si decise di liberarlo al tramonto. Le trapeziste piansero tutto il giorno. I clown prepararono il tavolo della festa, che scricchiolava sotto il peso delle molte bottiglie di vino. Uscito il leone dalla gabbia, un brindisi fortissimo sarebbe scoppiato, e una festa danzante improvvisata, e gli addii di tutti.

Il domatore stette accanto al leone per l’intero pomeriggio. Lo osservava mentre giaceva, sonnacchioso e quieto, dietro alle sue sbarre con affaccio sulla Savana. “Hai lottato molto il giorno che ti catturarono” diceva, dando grosse pacche sulla groppa dell’animale, “E hai lottato molto anche contro di me. Non ti ho mai domato. So di non averlo fatto. Siamo stati solo ottimi collaboratori”.

Il leone era tranquillo, troppo tranquillo. Ci si sarebbe aspettati di vederlo fremere ai profumi della sua terra, all’odore dell’acqua, al desiderio della caccia. “Non sei mai stato vinto”, continuò il domatore, “Hai cercato ben tre volte di mangiare i nostri cani del circo, ricordi? Quando apriremo questa gabbia impazzirai di gioia, amico, e sarà tanto se non mangerai pure noi”. Il domatore rise e si stropicciò gli occhi.

Quando aprirono la gabbia il leone non si mosse. Non guardò nemmeno fuori. Rimase disteso a leccarsi una zampa. Che delusione. Forse era nervoso, con tutte quelle paia di occhi fissi a guardarlo.

Allora i clown cominciarono a battere le bottiglie di vino contro il tavolo, simulando dei tamburi. La contorsionista urlò sgraziatamente, ma almeno a ritmo: “Vai! Vai via!”. Le fecero eco le trapeziste. “Vai via, vai via!”, gridava il coro acuto delle donne. Il domatore diede una gran pacca sul sedere all’animale, che scattò in piedi stizzito. Si decise allora, lentamente, ad uscire. Appena tutte e quattro le zampe furono poggiate sull’erba, si levò un urlo altissimo. Le bottiglie vennero stappate. Le trapeziste minacciavano di ricominciare a piangere. Ma il leone, dopo due passi, si fermò. Si voltò a guardare intensamente gli umani, esitò un attimo e poi si sedette a terra. “Che gli succede?”, si preoccupò la contorsionista: “Lui non è nato in cattività: è meno di un anno che sta con noi. Non è mica come la foca, ricordate, quella lì era nata in gabbia e non sapeva neanche nuotare”.

“Ha paura” disse il domatore con professionalità.

“Paura? E di cosa?” fece lei.

“Tu non ne hai?” insinuò lui.

 La contorsionista ripensò alle sua vita nel circo, alla roulotte, ai debutti, alla troupe che quel giorno si scioglieva. Ma lei era giovane, e poteva ancora fare tante cose. Un brivido le corse lungo la schiena. “Non ho paura” disse, “Non ho paura di niente”.

La liberazione del leone non era stata pittoresca come pensavano, ma la festa si fece ugualmente. Le danze continuarono per tutta la notte, e più d’uno rischiò di collassare per il troppo vino. Il leone era rimasto dov’era, a qualche passo dalla gabbia, e si rotolava ogni tanto per terra e si leccava le zampe. Quando il circo ripartì, il giorno dopo, era ufficialmente un circo sciolto, come un legnetto che fu ramo ed ora è solo un oggetto galleggiante nella risacca, come un gruppo di amici che si saluta dopo una serata ma è costretto a seguire la stessa via per tornare a casa. Quando questa cosa morta che era stata un circo ripartì, il leone era ancora fermo dov’era, e spargeva sguardi nervosi tutto intorno. E lì rimase, tra l’erba schiacciata dai segni delle ruote, accanto alla cenere spenta del barbecue, rimase lì, per chissà quanto tempo, forse fino a morirci.

Alessia Giovanna Matrisciano (@spacciopoesia)

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